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L’Emilia che “tiene botta”, a due anni dal sisma

Sorgono una difronte all’altra la vecchia Cavezzo e la nuova. Da una parte la Chiesa, sventrata; i palazzi tut’ora squarciati e le macerie, silenziose; dall’altra, a 50 metri di distanza, un incastro di tunnel e container con i 17 negozi che un tempo avevano le vetrine in palazzi settecenteschi e ora colorano questa nuova piazza di lamiere, intitolata alla forza che ha
cambiato tutto: 5.9. Come la scossa del 29 maggio 2012.
“Volevamo ricreare un centro, fare in modo che la gente potesse tornare ad incontrarsi qui. Un paese vive, se il suo centro vive. Abbiamo temuto di finire come l’Aquila, oggi possiamo dire che l’abbiamo evitato”. L’aveva vista a Londra una cosa simile, Giovanni Fattori, un ottico di Cavezzo. Insieme ad Alessandra, alla fine è riuscito a riproporla qui. nella bassa emiliana.
Delle tante, raccolte in una giornata in giro per la bassa, voglio condividere con voi soprattutto quest’immagine: l’immagine della distruzione, ma anche della ripartenza. Le macerie, ma pure la ripresa. Un’immagine che restituisce molto lo spirito di questa terra. E racconta anche questo terremoto, da subito affrontato dalla gente dandosi da fare, cercando soluzioni, tornando immediatamente in azione.
L’Emilia “tiene botta”, come si dice da queste parti e si rimbocca le maniche. Ma due anni dopo, la stanchezza e le difficoltà si sentono, forti.
Come il caldo che picchia sui container, dove ancora vivono 2.500 persone. Così non sono in pochi a pensare che quella loro “nomea di saper reagire, di tirarsi su le maniche li abbia danneggiati. Vabene, ci siamo tirati su le maniche, ora siamo arrivati alla canottiera e la gente non sta bene”, sbotta una giovane commerciante. Perché “non è vero che qui tutto è stato ricostruito, che la gente è tornata tutta a casa e che tutti siamo felici, qui è un gran casino”, si sfoga. E quando incontri le persone in giro nei paesi feriti, ripensi anche al ruolo e alla responsabilità dell’informazione.
Abbiamo raccontato il sisma, ma pure che l’Emilia era ripartita subito. Che le imprese avevano recuperato le perdite, che questa è tornata subito ad essere uno dei motori della nostra economia, che produce il 2% del Pil.
Tutto vero. Si fa più fatica a raccontare i piccoli negozi, spostati altrove, che hanno perso prima la merce sotto le macerie, poi spesso anche molti clienti. Spostati altrove. Si fa più fatica a raccontare la quotidianità dei piccoli artigiani, in paesi con i centri storici tuttora sbarrati. Però è necessario, perché “non è vero che tutto è in ordine”. L’Emilia aspetta ancora, tra l’altro, 1 miliardo da Roma per la ricostruzione proprio dei centri storici e chiede da due anni la defiscalizzazione proprio del cuore antico dei paesi, per far ripartire la vita pure qui.
Raccontarlo può servire ad accelerare i tempi, smuovere la politica e la burocrazia. Spero un pò di aver fatto anch’io la mia parte, col Radioday andato in onda su Radio24, nei gr, come in Effetto Giorno, Focus, Effetto Notte e poi domenica mattina il reportage.

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