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“Parole dopo la morte”

Trento – A quanti funerali ho partecipato, per lavoro? Funerali spesso drammatici, a volte difficili. Sempre tristi. E sempre accompagnati da tante parole. Di memoria, di encomio. Ma anche di accusa, non di rado. E di  impegno, sempre più spesso. Parole che davanti ad un corpo senza vita assumono un valore differente. Destinato a restare.
Le parole, davanti alle 360 bare del naufragio di Lampedusa. Quelle al cospetto delle 309 salme dell’Aquila. Le parole pronunciate davanti ai resti di Giovanni Falcone, della moglie e dei cinque agenti della scorta. Quelle urlate dalla gente per strada, quando si dava l’addio alla scorta di Paolo Borsellino. E quelle scandite dieci anni prima dal cardinale Pappalardo dopo l’attentato al generale Dalla Chiesa: Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur (Tito Livio).

Sono anche queste Parole, dopo la morte”, titolo di un convegno internazionale organizzato dall’Università di Trento 5-6 giugno, a cui ho il piacere di partecipare nelle vesti di relatrice.
Epigrammi funerari, epitaffi e auto-epitaffi, laudationes, versi tragici e topoi funerari, tradizioni proverbiali e immagini vengono esaminati in un susseguirsi di interventi di importanti professori e illustri studiosi di mondo classico, da Maurizio Bettini a Luigi Spina; da  Mariette deVos Raaijmakers a Tara Welch, da Gabriella Moretti a Mario Lentano, Emily Allen Hornblower, Maria Luisa Chirico e Mario Lentano. E poi ancora Cristina Pepe e Giorgio Ieranò.

Ma quali stereotipi antichi sono rimasti nei discorsi di oggi? Quelli pubblici dei funerali, quelli giornalistici dei coccodrilli? Cosa resta della retorica di Aristotele e Cicerone nelle parole usate oggi e rimaste nella memoria di tutti, a ricordo di momenti cruciali, come alcuni funerali? Ho ripreso vecchi block notes con appunti scritti in modo concitato; ho riascoltato discorsi di fatti, troppo lontani nel tempo per averli potuti sentire di persona. Ho ricercato emozioni provate in gelidi hangar trasformati in enormi morgue o brividi sentiti in chiese barocche, divenute condensato di rabbia, dolore e proteste. E le parole pronunciate in quelle occasioni diventavano lapidi scolpite per l’eternita. Spesso frecce, lanciate dritte al cuore di chi veniva considerato in modo più o meno diretto responsabile di quei lutti. Spesso presente, ad ascoltare.
In un crescendo di emozione e drammaticita, capace anche di creare tumulti, come successe con la tunica insanguinata di Cesare assassinato, mostrata da Antonio all’apice della sua orazione funebre per il condottiero.

Ho poi ho ripreso vecchi libri e rispolverati cari, lontani studi di filologia calssica.
E domani alle 17 nell’aula 1 del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Universita di Trento – indegnamente- racconterò quanto di antico mi è sembrato di ritrovare in discorsi recenti.

Ps. Grazie ai professori e amici Gigi Spina e Giorgio Ieranò, per avermi invitato in cosi illustre convegno. E speriamo che tutti ricordino sempre in platea che sono solo una giornalista, superficialità e imprecisione compresa. Ma tanta passione, garantisco! La stessa che mi fece studiare filologia classica, pur sapendo di voler fare la giornalista!

Ps Grazie a mio padre, per avermi a distanza mandato spunti dalla preziosa biblioteca di famiglia, più grande di tutta la mia casa milanese. E grazie, sempre, a mia mamma, per avergli regalato il tablet!

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Ultimi commenti

  • Raffaella 9 giugno 2014 / ore 18:25

    Grazie, Antonella. E’ andata molto bene. Mi hanno detto che sono stata “appassionata ed intensa”. E sono stata felice. Racconterò presto bene, nel dettaglio di questi due giorni. Anche perché poi dovrò tornare a lavorarci, per gli atti del convegno… Grazie

  • Antonella 9 giugno 2014 / ore 08:39

    E ora raccontaci com’è andata.. ma io lo so già.. benissimo!!!!
    Riconosco i tuoi pezzi prima ancora di riconoscere la tua voce…
    La passione si sente.. come sempre .. in tutte le cose che facciamo!!!
    Antonella