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“Vi aspettavo”, epitaffio collettivo di eroi civili

Milano – Ci sono immagini, divenute simbolo di un’epoca. Ci sono parole, trasformate in lezioni di vita. E poi ci sono le ultime parole, quelle che consegnano ai posteri talvolta autentici testamenti spirituali. Succede quando persone normali diventano eroi. In quella terra “sventurata, che ha bisogno di eroi”, come scriveva Bertolt Brecht.

E sventurata è quest’Italia, dove il sangue dei suoi migliori magistrati, giornalisti, professori, imprenditori e perfino sacerdoti è stato versato, per aver lottato contro la mafia, per aver fatto il proprio dovere contro i terroristi, per non aver ceduto ai ricatti degli imbroglioni. Vittime, che oltre al loro esempio, ci hanno lasciato anche le loro parole estreme. Quelle pronunciate agli stessi killer; quelle appuntate in diari privati; quelle confidate ad amici e familiari. E ora raccolte per la prima volta tutte insieme in un unico epitaffio collettivo per le vittime civili delle piaghe d’Italia. “Vi aspettavo”, è il titolo del saggio curato daAntonella Mascali, Chiarelettere, che raccoglie “le ultime parole di chi ha sacrificato la propria vita per tutti noi”, come recita il sottotitolo.

Vi aspettavo, disse con un sorriso padre Puglisi a Salvatori Grigoli e Gaspare Spatuzza, prima che due colpi alla nuca fermassero l’azione del parroco di Brancaccio. La serenità di questi uomini, consapevoli di andare incontro alla morte, conseguenza dei loro gesti, emerge da frammenti di parole, cucite da interrogatori, interviste, diari. La serenità, ma quasi sempre anche la solitudine. Quella del magistrato Mario Amato, che denuncia il suo isolamento al Csm mentre indaga sui terroristi; quella di Paolo Borsellino, che sapeva di non “essere protetto dallo Stato”; quella di Marco Biagi, che invano scriveva lettere per riavere la scorta.

Così, solitari, sono divenuti eroi persone che, come Guido Galli, “non avrebbe mai voluto esserlo: voleva solo continuare a fare il suo lavoro”, scrissero le figlie subito dopo l’omicidio del padre, il giudice istruttore del primo maxiprocesso milanese ai terroristi rossi. Cadde all’Università, dove doveva tenere una lezione. E accanto al suo corpo, che nessuna guardia del corpo scortava, c’era soltanto il codice, la legge. Come accanto al corpo di Marco Biagi, giuslavorista ucciso dagli epigoni di quelle Br nello stesso giorno, ma a 22 anni di distanza, rimase la sua borsa da professore, con le carte sulla riforma del mercato del lavoro, e la sua bicicletta, segno della sua solitudine.

Le virtù e le azioni, le “aretai e le praxis” direbbero gli antichi greci vengono ora ricordate in questo pantheon di eroi civili, attraverso le loro stesse parole. Una sorta di auto epitaffio, che consegna alla storia, oltre che alla memoria la lezione di uomini morti nel corpo, ma destinati a restare nel loro esempio. E con le loro parole. Antonella Mascali, collega- ed amica – del Fatto Quotidiano raccoglie le loro parole. E ce le consegna. Finalmente.

Mercoledì 11 giugno alle 18.30 presento “Vi aspettavo” alla Feltrinelli di corso Buenos Aires, 33 con Antonella Mascali e Alessandra Galli, figlia di Guido Galli e presidente della II sezione penale della Corte d’Appello a Milano.

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