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“Le scelte che non hai fatto ” di Maria Perosino

“Pertanto, non mi resta che dire: grazie vita!”

Te ne sei andata, solo dopo aver finito tutto. E salutato tutti.  Come conviene ad una signora- torinese per giunta –  diresti. Te ne sei andata, solo dopo averci accolto. E aspettato, stanotte. Te ne sei andata, solo dopo averci lasciato il tuo ultimo vademecum: che “ognuno di noi, nel bene e nel male, è la sua storia. Anzi, le sue storie. Comprese quelle non vissute e solo immaginate e sognate”. Comprese quelle che nel corso della vita restano indietro per un soffio, ma che poi continuano a “camminare sulle gambe degli altri”.  Te ne sei andata e ora avrei mille cose da confidarti, questioni su cui confrontarci, dividerci e ridere; indirizzi di ristoranti da chiederti, weekend alle terme o a Varigotti da organizzare; sms maschili “su cui fare dei seminari”, come dicevi. Te ne sei andata, appena il tuo nuovo libro arrivava in libreria: “Le Scelte che non hai fatto”, Einaudi.

Storia di tutte le vite che sarebbero potute essere tue, ma che tu- come chiunque di noi – inevitabilmente hai lasciato indietro per un 49% (ipotesi iniziale di titolo) – cambiando città, mestiere, fidanzato. Casa. Ma senza rimorsi, sempre con nuova curiosità e nella convinzione che ciascuno di noi alla fine è sia le scelte che fa, che quelle che non ha fatto. Con serenità. La stessa che trasmettono queste pagine di incontri e chiacchiere – leggere e profonde allo stesso tempo – tra donne: chiacchiere assaporate tra spezie di ogni genere e provenienza (che mescolavi come una maga) o vini da intenditrice.  In una tavola, sempre perfettamente imbandita e con le pietanze migliori. Perché anche in questo, ci hai insegnato a volerci bene, come da stanotte io e Candida ci siamo dette. E con noi, tutte le tue amiche. Ed è soprattutto a noi, alle tue amiche, che tu, con la tua storia, la tua vita, il tuo esempio, i tuoi libri, hai insegnato a volerci bene. Cosa che non sempre, noi donne siamo capaci a fare. A trattarci bene. A non rinunciare niente,. Perché “se è vero che mangiare le ostriche in due a Parigi è meglio che farlo da sole, non farlo affatto sarebbe decisamente peggio”. Lo facevi, in giro per i tuoi “weekend della nebbia” o esplorazioni nelle Langhe; lo teorizzavi e difendevi con le amiche, l’hai scritto in “Io Viaggio da sola”, successo editoriale, che ha aiutato molte donne ad entrare nei ristoranti della propria città anche da sole, a sedersi ai banconi dei bar e costruirsi nuovi amici, senza troppe timidezze; ad andare in giro per il mondo accompagnate sempre da un trolley e da tante curiosità, non necessariamente da qualcun altro. A saper riconoscere anche i propri meriti e non addossarsi sempre tutte le colpe (quante volte me lo hai detto!) per un amore finito, per un libro mai nato, per un progetto non completato. Così, forte di te, avevi ricostruito la tua vita, dopo la morte di Paolo. L’amore (forse) più felice, scelto al posto del primo, comunque felice. Per un 49% o 51%.  Hai lasciato Einaudi, hai cambiato città- arrivando alla fine a Milano – e case, riuscendo ovunque a ricrearti reti; hai organizzato mostre e festival – soprattutto con Stefano Bartezzaghi, meraviglioso quello di Poggibonsi, a cui avevo partecipato anch’io – piazzato giovani artisti in giro per il mondo, creato ampie e diffuse trame di contatti.

“Non si possono riannodare fili con quello che non siamo state, che non abbiamo fatto”, scrivi ora. E ti vedo lì, seduta sulla poltroncina arancione del tuo soggiorno, davanti a muri di libri, gialli, arte, letteratura o sdraiata sulla spiaggia di Varigotti, al tramonto, con un bicchiere di vino bianco in una mano, la sigaretta nell’altra. No, non si possono riannodare, ma si può imparare a fare pace anche con le scelte che non abbiamo fatto. E tu ci hai voluto dire anche questo, tra una cenetta in terrazzo e una all’indiano. A tutte noi e a tutte le tue tanti lettrici e lettori. Prima di andartene, dopo aver salutato tutti, con la tua leggerezza di sempre. Quando “pertanto non mi resta che dire: grazia vita!”, ultima riga del tuo ultimo libro.

E io ora, no, cercherò di “non portare in giro per strada la tristezza”, come teorizzavi. Mi regalerò un massaggio e una cena, indosserò una di quelle sciarpine colorate che adoravi e andrò fuori, nel presente, “a cercare quelle due-tre vite che non ho ancora fatto”. Ciao, Maria. Amica mia, cara. Spero tu possa ora stare lì, davanti al mare di Varigotti. Grazie per averci insegnato a volerci bene. Mi mancherai moltissimo

Maria Perosino (1960-2014), storica dell’arte, curatrice di mostre ed eventi, scrittrice.


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