Radio24 | Il Sole 24 ORE

A bordo della Concordia

Isola del Giglio – Ora che la nave si prepara al suo ultimo viaggio, ora è il momento per tornare a bordo. Ora che la Concordia è di nuovo dritta e in grado di galleggiare,  ora che il clima è più disteso e i bambini si tuffano all’ombra della grande nave, ora si deve ritornare dentro questa storia di piani rovesciati. E vite interrotte. Ritornare all’inizio, a quella notte, con chi- suo malgrado – è sempre in prima fila in tutte le emergenze.

“Una vibrazione, che è un presagio”. Comincia dalla voce del telefono Luca Cari il suo racconto di quella notte, il 13 gennaio 2012. E’ il responsabile comunicazione dei Vigili del Fuoco, il corpo delle emergenze, per definizione. E non c’è notte, giorno, festa o vacanza che tenga per loro. Lui, come i suoi colleghi, sono per la loro famiglia sempre più spesso “dispersi”, inabissati dentro l’ultima crisi. Come quella che si spalancò a lui quella notte, quando gli riferirono che quattromila persone erano a bordo di una nave in difficoltà, al largo del Giglio. Che le telefonate stavano aumentando con le richieste di intervento.

Che il panico cresceva. Che la luce ad un certo punto era saltata. Che proprio non c’era più concordia. “Mai più Concordia” (eretica edizioni, 125 pagg, 12 euro), il titolo del libretto che ci racconta una delle storie più mediatiche degli ultimi anni, viste dall’altra parte. Dalle parte di chi è sempre dentro le emergenze. I vigili del fuoco.

Luca è a letto alle prime telefonate, ma poi la frequenza delle chiamate si intensifica. E il livello di preoccupazione sale. Il suono della sirena che sente sullo sfondo di chi è già arrivato non lo rassicura per niente, rispetto a quella “evacuazione ordinata in corso”. E quando la notizia comincia a girare – le richieste e le pressioni dei giornalisti per avere informazioni aumentano – allora capisce che non può restare fermo. Poco dopo inizierà anche la conta dei morti. E anche quella “bisogna saperla fare”, scrive Cari. E in quei casi è tutt’altro che facile: e quando si dà un numero alla stampa, quello deve essere. “Mon Mari Pierre!”, urla una signora ai soccorritori. Le voci dei naufraghi rimbombano nel silenzio dell’isola, in una notte d’inverno.

Siamo dentro i meccanismi delle emergenze in queste pagine, seguiamo come passo passo l’allerta si dilati, coinvolga sempre più persone, vediamo come i vigili del fuoco la gestiscono, come operano. Entriamo subito dentro “il ventre maledetto”. E quello che noi cronisti potevamo solo immaginare, quando siamo arrivati vicinissimi alla nave e vedevamo quei corridoi inclinati, le cabine sventrate, l’enorme balena piegata, i vigili del fuoco- con tutte le loro squadre speciali – lo provarono personalmente. Quel mondo capovolto. “Una città sottosopra di cinquemila abitanti, immersa per oltre metà nell’acqua”. Anche in quel mondo capovolto comunque bisognava andare e cercare eventuali sopravvissuti e i vigili del fuoco lo fanno, subito. E lì dentro, in quelle cabine diventate un pozzo, in quei saloni trasformati in piscine e in incubo ci conducono anche le parole di Luca Cari, che stava lì “a vomitare”, mentre la squadra speciale si immergeva. C’è anche la dimensione umana dei vigili del fuoco in questo racconto particolare, quella dimensione di cui spesso ci si dimentica. Perché sono professionisti, perché sono esperti, perché vivono nelle emergenze. Ma anche loro possono essere sconvolti nello stomaco, dal mare e da una nave inclinata; e nello spirito, da una realtà dove tutto è rovesciato. E una vacanza si trasforma in tomba. C’è tutto questo e ci sono anche piccoli aneddoti privati, come il nome “La Zoccola” con cui avevano cominciato a chiamare la Concordia. Grande Balena, ma anche Zoccola, con ironia tutta toscana: il copyright il suo collega di Grosseto Maurizio Aquilino. Questa mancava al florilegio di appellativi, che noi cronisti abbiamo ascoltato e ripreso in questi due anni.

E poi, quando l’emergenza era ormai chiara in tutta la sua gravità, la tragedia divenne reality. E vista dall’altra parte, dalla parte degli operatori, anche questa è stata un’esperienza senza precedenti. Un reality, scrive Luca. Lo condivido in pieno, l’ho detto da subito, da quando quel weekend di due anni fa, con una gamba mezza bloccata da una fasciatura per una brutta distorsione, sono arrivata al Giglio. Mai visti così tanti giornalisti, in uno spazio così ristretto. Con le televisioni di mezzo- o meglio di tutto – il mondo, costantemente in diretta. Con gli alberghi chiusi, le case da vacanza sbarrate e centinaia di persone catapultate lì, per giorni.

Con il racconto di Luca ritorno a quei giorni anch’io.  Scopro ora che una squadra andò in incognita anche a bordo della nave gemella- Serena- per studiare com’era fatta la Concordia e sapere ancor meglio come muoversi.

Poi la storia divenne sempre più storia di morti, da contare e recuperare. Alla fine, saranno 32. Uno, il cuoco indiano ancora non è stato trovato. E a loro va aggiunto il sub, morto mentre lavorava al cantiere della Concordia. Ora che la Concordia è di nuovo dritta e sta per partire per Genova, ora che sta per chiudersi anche il processo al comandante Francesco Schettino, era il momento opportuno per tornare a bordo. Ripercorrere quel mondo rovesciato, con una guida particolare. Prima che il sipario cali sulla Concordia. E sull’Isola del Giglio, che desidera tornare ad essere solo una bella isola di vacanza.

Commenta per primo

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.