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La corsa per salvare un ragazzo

Milano- E’ passata un’ora, ma ho ancora la tachicardia. Un piumino blu, il cappuccio in testa. Le mani in tasca. Camminava sui binari. Della metro gialla, alla fermata della stazione centrale. In un orario di punta.

Ero al telefono con Candida, chiacchieravamo allegramente di spa, cinema, lavoro e uomini, in ordine confuso e sorridente. Poi l’ho visto. C’ho messo un po’ a mettere a fuoco: stava camminando proprio sui binari, verso la galleria. Guardo il tabellone. “Prossimo treno per San Donato, 1 minuto e mezzo”.

Attacco il telefono. Che fare? Il posto di blocco Atm tra scale e corridoi è lontano, chiamo il 113. “Sono alla metro, un ragazzo cammina sui binari”, dico con voce agitata. Mi rendo conto di quanto sia difficile essere precisi a volte. Cerco di esserlo: metro gialla, direzione San Donato.

“Avvisiamo noi in stazione, ma lei blocchi il treno!”, mi urla e butta giù. Io?Bloccare il treno? Come? Dove?

Cammino sulla banchina, cerco qualche pulsante d’emergenza. E nessuno a cui chiedere. Non trovo niente. Manca un minuto, vedo. Quanto dura un minuto? Un pezzo in radio, può essere lungo un minuto, non è poco, lo so. Ma quel ragazzo è entrato a piedi nella galleria, non lo vediamo più. Se arriva il treno, lo ammazza. Si tratta della vita di un ventenne, o poco più.

Cammino più veloce- con i miei (immancabili!) bagagli (non sapevo cosa avrei fatto a Merano, meglio essere pronti alle varie opzioni…) –  cerco soccorso. Corro. Mi ricordo di una corsa a perdifiato di molti anni fa. Verso la casa del cardiologo, con abito lungo e senza cappotto, in una notte di Capodanno di tanto tempo fa. La piazza del mio paese era (ancora) deserta e io correvo, per cercare di evitare che il “mio piccolo mondo antico” cominciasse a sgretolarsi. Come invece successe. Ho corso così allora e il pomeriggio in cui mi precipitai verso un treno in partenza, quando un altro mondo- anni dopo – si stava sgretolando.

Stavolta la corsa, ha avuto dei risultati. Alla fine, ho trovato una colonnina Sos: suono. Grido: il treno arriva, il ragazzo non si vede più. La polizia li ha già avvisati. “Abbiamo fatto rallentare la metro”, mi dicono. Mi ringraziano.

Loro sono stati bravi e veloci. Ad intervenire in tempo reale. Era tutta questione di secondi. La gialla entra in stazione, lenta. Un dipendente Atm scorta la metro, a piedi. E la precede nella galleria.

Cerca il ragazzo. Illumina il buio, sotto al tunnel.

Il treno rimane fermo più a lungo, molti si affacciano. Poi piano piano riprende la corsa.
Del ragazzo non ho avuto più notizie. Di lui, mi resta l’immagine di quello sguardo fisso e basso. E di quel piumino blu, stretto intorno al corpo.

Ho sentito la responsabilità della sua vita in quei 60 secondi. Dovevo correre il più possibile. Non so dove si sia dileguato, se abbia incontrato il controllore, se nel frattempo abbia cambiato idea. Se era una sfida con se stesso. Spero non voglia mai più camminare sui binari.

Ora che ci ripenso, però, di quel minuto mi resta anche un’altra immagine: gli altri – tanti- passeggeri, che erano sulla banchina come me e insieme a me. Sono rimasti fermi. L’hanno seguito con lo sguardo, l’hanno visto sparire nel buio della galleria, parlucchiavano tra loro, ma nessuno ha fatto niente. Perché? Possibile che nessuno abbia sentito la responsabilità della vita di un ragazzo?

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