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Medea e non solo: tutti i bimbi uccisi nelle #MiticheStoriacce

Ora Loris. Prima Yara, Sarah o il piccolo Tommy, solo per citarne alcuni. Ora Ragusa, prima Bergamo, Avetrana, Parma. O Cogne. Sono tanti, troppi i bimbi uccisi. Almeno 245 solo in Italia, negli ultimi dieci anni. Per lo più uccisi da parte dei genitori o comunque da persone vicine alla cerchia familiare. Sono i casi più complessi, quelli accompagnati raramente da una confessione. Sono i casi più difficili, quelli che l’opinione pubblica segue a volte fino all’estremo. E talvolta si divide tra innocentisti e colpevolisti. Vista dalla parte dei magistrati, sono le inchieste più difficili in assoluto. “Anche rispetto a quelle per mafia”, ammette Lucia Musti, procuratore aggiunto a Modena, che coordinò le indagini sul delitto di Tommaso Onofri. La pressione dell’esterno, la richiesta di una risposta veloce, la necessità di mettere insieme pezzi diversi. I dubbi, ma anche le emozioni. Il rischio di errori. Che significa coordinare le inchieste sui delitti per bambini? In cosa tutti i vari casi si somigliano? Quali sono le insidie per gli investigatori? Tutto questo è stata la puntata di Storiacce, sui “ladri di bambini”, coloro che rubano la vita ai più piccoli. E purtroppo, di bimbi uccisi è piena non solo la storia, ma anche il mito. E non c’è solo Medea, citata di nuovo ora che la mamma di Loris è accusata dell’omicidio del figlio. Ci sono molti altri casi di piccoli ammazzati nelle più varie maniere. Ce le racconta, come sempre, il “mitico” Giorgio Ieranò, professore di Greco all’Università di trento, autore di Olympos e altri libri sulla mitologia classica

#MITICHESTORIACCE

A volte solo il mito permette di raccontare le cose più terribili, quelle per cui non sappiamo trovare altre parole. Solo il mito può guidarci dentro il cuore di tenebra dell’uomo. Solo in forma di favola possiamo avvicinarci a un mistero così incomprensibile come la morte violenta di un bambino.  Il mito greco trabocca di bambini uccisi. Vittime della follia o della crudeltà. Uccisi dalle loro madri, come i figli di Medea, per vendetta contro un marito traditore. Ammazzati per avidità, come Polidoro, gettato in mare da un re crudele che voleva impadronirsi del suo oro. Oppure schiantati dalla guerra, come Astianatte, il figlio del grande Ettore, buttato giù dalle mura di Troia dagli Achei vincitori.

Ma forse il mito più enigmatico è quello del piccolo Archemoro. Un bambino morto per disattenzione. La ragazza che si occupava di lui, la baby-sitter diremmo noi,  si distrasse a parlare con alcuni guerrieri che passavano, in marcia verso una grande avventura. Un serpente velenoso si avvicinò ad Archemoro e lo morse, uccidendolo. I guerrieri vollero celebrare la morte di quel bambino.

In suo onore istituirono i giochi atletici di Nemea, famosi nell’antichità come quelli di Olimpia. E Archemoro, il bambino morto, fu venerato come un eroe per il solo fatto di essere morto bambino. Perché c’è sempre qualcosa di innaturale, di oltreumano nella morte di un bambino. Archemoro, in greco, significa “colui che guida, che precede nella morte”. E quei guerrieri che si inginocchiarono davanti ad Archemoro come davanti a un eroe capirono che la sua morte assurda conteneva il dolore di tutti noi uomini.

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Ultimi commenti

  • Maurizio Montanari 2 gennaio 2015 / ore 23:40

    Nel proliferare di articoli, opinioni e dissertazioni che hanno inondato i media dopo l’omicidio Stival, piani diversi (la reazione emotiva della pancia del paese, italianamente divisa tra colpevolisti ed innocentisti, e l’analisi ‘clinica’ sul movente che avrebbe spinto l’ipotetica omicida ad agire) paiono fondersi in unico discorso: un polpettone di sensazionalismo paesano e criminologia abbozzata, condito con luoghi comuni capaci di torcere elementi di clinica al fine di validare scientificamante questa o quell’altra ipotesi. Nulla di nuovo sotto il sole. Questa santeria è uso comune in un paese nel quale agli esperti televisivi viene concessa una delega quasi totale su vari argomenti, tra i quali gli omicidi che lasciano interdetto il corpo sociale.
    E’ superfluo dire, ma va detto, che non è certo una disquisizione sulla colpevolezza o meno della madre sospettata l’oggetto di queste righe. Io so che ancora nulla si sa nel merito.
    Quello che credo meriti una riflessione, al di la dunque del caso specifico, è la constatazione che in questo grand guignol si vanno ingrossando le fila
 di coloro i quali, mancando quasi sempre delle minime (e necessarie) nozioni di clinica differenziale (che però utilizzano), partono da una base di colpevolezza data per scontata (sic), sulla quale si imbastiscono discorsi che tracimano pericolosamente,, e involontariamente, in una sorta di giustificazionismo a-critico.

    Alla base del gesto ci sarebbe una sorta di stato di ‘malattia’ attribuito alla donna, deflagrato in concomitanza con il suo essere diventata madre. Questa ‘malattia’ ( che però in alcuni articoli viene invece posta come precedente e dunque latente alla fase della maternità) è un plinto che funge da punto di appoggio sul quale vengono raffazzonati elementi teorici presi qua e là.
    Questa linea di discussione, fondata su di un’evidenza indiscutibile, vale a dire la sempre più difficile condizione del mettere al mondo un figlio nella contemporaneità, scivola più volte nei commenti giornalistici in una conclusione tutt’altro che conseguente. Da molti approfondimenti apparsi sui quotidiani si evince che sarebbe la condizione stessa di maternità ad essere strutturalmente ‘invalidante’, generatrice ‘de fatco’ di uno stato di patogeneticità. In un discusso articolo dell’Huffingont Post (nel quale si dà ovviamente per scontata la colpevolezza) a ‘commetterlo (l’omicidio) è stata una donna diversa: una donna piena di problemi. Una malata’. Nel medesimo filone troviamo, tra le varie sofferenze delle quali la madre avrebbe sofferto, l
’incapacità di gestire le emozioni’, ‘ la ‘mancanza di rete’, il ‘padre non trovato’ .
 Più sofisticato il ‘suicidio cercato attraverso la morte del figlio’, l’immancabile ‘infanzia difficile e dolorosa’ 
e altre cose così.
    Quando l’analisi si fa più ‘sofisticata’ allora entra in gioco l’onnipresente ‘depressione’, che naturalmente conduce in modo quasi diretto all’azione omicida verso il figlio. ‘ La depressione che colpisce le madri e che a vari livelli riguarda tutte’ è la causa di ciò che è avvenuto’, si legge nelle righe di una nota scrittrice a commento dei fatti. 
 In tal modo, depresso diventa in automaticamante omicida, come da vulgata mediatica ormai consueta (‘stermina la famiglia, era in cura per uno stato depressivo’ ci ricorda ogni tanto la tv). 
Una aberrazione diagnostica, un non sequitur, un calderone di termini clinici, credenze e adagi popolari. Non ho ancora sentito ‘lo sradicamento territoriale’, o il ‘vedere la propria femminilità sfiorire nella maternità’ o ‘il marito troppo preso dal lavoro’ tra le spiegazioni dell’agire della mano omicida. Ma so che sono in agguato di penna. 
Sono stati usati in casi simili, torneranno fuori.
    Nessuno, dico nessuno, ancora ha abbozzato un minimo di indagine critica,
 di approfondimento strutturale (poiché la colpa è ancora da provare) solo ci sono in giro stralci presunti della vita della suddetta, dedotti ora da una dichiarazione di un congiunto , ora da ‘ conversazioni telefoniche’ (sic) In questo modo frasi quali ‘ quella la era violenta sin da piccola, aveva sensi di persecuzione.. ‘ vengono prese come verità oggettive, ( l’hanno detta senza sapere di essere intercettati, dunque è vero’) che sfociano in elementi diagnostici indiscutibili. Tutto questo fissa un precedente, secondo il quale il diventare madre in stato di difficoltà porta tout court a passaggi all’atto violenti verso i figli. Lasciando per strada colpevolmente elementi quali la capacità di intendere e di volere, la possibilità di scelta del soggetto, la sua responsabilità.
    Un altro filone alquanto detestabile che sgorga mediaticamante da questa buia vicenda, è l’insensato paragone con episodi relativi alla violenza dell’uomo, solitamente omicida e dunque più normale, supportato da frasi quali ‘ (..) una società antropocentrica e maschilista che si scrolla le spalle davanti all’inevitabile peso della genitorialità e ne fa una questione di istinto femminile. Perché quando un padre uccide un figlio è solo un uomo violento, un barbaro osceno ma accettabile. Ci sta, è nel conto delle cose: il maschio ammazza, la donna cura’.

    Ormai tutto è espertologia, è baccano mediatico.
 Tutto deve trovare una giustificazione clinica.
 Anche quando questa o non c’è, o nessuno ancora si è dato da fare per trovarla.

    Esistono delle barriere tra la capacità di intendere e di volere, e la non capacità di farlo. 
Gli stati dissociativi, le psicosi, i passaggi all’atto non riconosciuti esistono. Esistono eccome.
 Ma stanno in luoghi ben precisi. E con altrettanto scrupolo e precisione devono essere accertati.
 Con perizia e indagine. E, nel caso, usati non per infliggere pene al malato. Ma per salvare se stesso e i propri congiunti dalle conseguenze di questi agiti incontrollabili.
    Per tutto il resto, lo insegna la clinica, si sceglie.
 Nella difficoltà, nella tragicità di certe vite. 
Nella povertà materiale, morale e spirituale nella quale molte donne vivono e diventano madri, si sceglie.
 Nella solitudine feroce causata molte volte dall’avere un figlio, nella impegnativa e tribolata missione di crescerlo, si sceglie. Di vivere o morire.
 Di dare la morte, o di accudire. Si stima che, in Italia, negli ultimi 10 anni siano stati uccisi in ambito familiare 243 bambini ( fonte : associazione Meter Onlus). Non è possibile pensare che ci sia il comune denominatore della follia dietro a ciò.
    Alcuni mesi fa, ho partecipato ad un seminario sulla violenza contro le donne. Al mio fianco c’era la madre di una ragazza massacrata dal marito il quale, con una trappola, la condusse nel sottoscala uccidendola con un corpo contundente, seguito da un sms all’amante ‘ho ucciso mia moglie, non possiamo sentirci per un po’. Lo strazio nelle parole di questa madre coraggiosa, era superato in sala solo dallo stupore suscitato dal suo racconto, nel quale descriveva anni di calvario personale e giudiziario, al termine del quali fu uno ‘scompenso emozionale’ legato ‘all’inadeguatezza per il ruolo di padre’ a fornire al reo un sostanzioso sconto di pena. La platea fu unanime nel condannare l’equazione paternità­= malattia=violenza verso la moglie, convinta che quell’uomo fosse un individuo libero e responsabile (oppure passibile di giudizio di infermità mentale) al di là del suo essere padre.
    Mentre scrivo, le cronache dicono di due madri le quali, una a colpi di coltello, l’altra gettandolo nel fiume, sembra abbiano ucciso il figlio. Spero che non si ingrossino gli stessi fiumi di inchiostro che hanno invaso le pagine dei quotidiani in queste settimane. Ma qualora si inneschi di nuovo il dibattito in rete, auspico che si possano considerare queste donne una per una. Ciascuna con la propria storia, le proprie difficoltà. La propria capacità di scelta. Le eventuali turbe della psiche.

  • A 29 dicembre 2014 / ore 15:38

    Crisi economica tsunami cronaca nera…. che bellezza di c@cc@ l eco.omia e finanza americana creata ed imposta col delirio collettivo in quanto di fatto strumenti di guerra e strategia… sistema è strategiaed è made in USA
    Lo sanno i mafiosi (di peso duraturo, non la stragrande maggioranza usa e getta ne quelli usa dieci anni e liberatene) in italia che a dare ordini alla mafia sono le intelligence ed appositi comandi militari americani. Capitalizzare lo svantaggio creato, altrui…

    Le mafie piú legate alle intelligence e logge sette americane hanno in italia a disposizione un sistema di comunicazione che non si affida alle telecomunicazioni civili: una rete di ripetitori sfruttanti concetti di fisica quantistica avanzati ed un sistema per scambiarsi concetti a bassissima voce (o quasi assente)…

    Robe sviluppate dagli usa durante la guerra fredda e che ora fa usare ad alcuni mafiosi in quanto sono l’esercito irregolare e poco costoso per controllare risorse societa e finanza italiana, strumenti superati. Mafie che gravitano attorno a multinazionali e dipendenti delle stesse, in particolare quando occupano posizioni elevate o necessarie ad insediare le stesse sul territorio…….. bello il loro pil….