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Ciao Pino, nero a metà di una Napoli autentica

Napul’è…un’altra senza di lui. E anche le nostre vite. Le vite di chi a Napoli ha vissuto e di chi in tutt’Italia anche con la sua musica è cresciuto. Oggi Napul’è “sole amaro”. Oggi che Pino Daniele se ne è andato. E il suo “cuore si è portato via un pezzo del nostro”, per citare Maurizio De Giovanni. Un altro partenopeo, con la sua stessa voce malinconica, romantica, divertente. Come era quella di Massimo Troisi, anche lui tradito vent’anni fa da un cuore malandato.

Ho ascoltato il 22 dicembre l’ultima volta Pino Daniele in concerto a Milano. E’ stato strano andare a sentirlo cantare di “mille colori, di addor è’ mare”, di una Napoli autentica, in mezzo alla nebbia fitta padana che quel giorno avvolgeva ogni cosa. Dentro al forum di Assago, però, una volta esauriti i festeggiamenti per la vittoria del Napoli nella supercoppa, con la sua voce ognuno là dentro ha riattraversato un pezzo della sua vita. Quelle emozioni, quelle gioie, quelle lacrime accompagnate dalle sua musica. Gli amori nati sulle sue note. C’era l’orgoglio dei tantissimi “emigrati” a Milano, c’era la passione dei tantissimi affezionati alla sua arte. Di ogni età.

Nero a metà, l’album della sua consacrazione trent’anni fa, e anche ora il tour – ahimé l’ultimo – che l’ha portato in giro per l’Italia, insieme agli artisti con cui era cresciuto e con cui ha proiettato la sua melodia in una dimensione internazionale: Tullio de Piscopo, James Senese, Mario Biondi. Tutti e tre c’erano quella sera sul palco del Forum e ora dicono addio ad un pezzo della loro vita. Ho cantato, riso, ballato. Abbracciato, pensato, ma anche ricordato e un po’ – dentro di me – pianto quella sera. Anche di nostalgia. Nostalgia per tutte le volte che la sua voce è entrata nella mia stanza col nastro di vecchie cassette o del giorno in cui la sua musica si diffuse in un teatro di Strasburgo con le note di un pianoforte suonato da chi cercava così una strada verso il mio cuore.

Quella sera ho provato nostalgia anche di Napoli, una città “ca sap’è tutt o munno, ma nun sann’ a verità”. Come cantava lui, appunto.

Niente sceneggiate, niente macchiette, niente “vaiasse e Masanielli”. Niente dialetto a tutti i costi. E neppure solo la cartolina del golfo, del sole e del mare. E’ una Napoli di vicoli e di impegno, di amore e di malinconia. Di denuncia, quella cantata dalla voce roca e profonda di Pino Daniele. La Napoli di chi “la faccia nera l’ha dipinta per essere notato”. La Napoli fatta di Terra e di belle ‘mbriane. Una Napoli dove piove  pure, e “l’acqua te ‘nfonne e va. Tanto l’aria s’adda cagna’…”.

La Napoli degli amori che fanno male, ma che comunque scaldano il cuore.

La Napoli “c’ aspetta a ciorta”. Ma che oggi “torna a’ casa c’ o core rutto”.

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Ultimi commenti

  • Anonimo 10 gennaio 2015 / ore 11:20

    I versi delle sue canzoni risuonano come preghiere a piazza Plebiscito e la pioggia non è sufficiente a nascondere le lacrime. Tutti abbiamo visi smarriti e molti si fanno forza urlando il suo nome con cori da stadio. Quando è ormai chiaro che il feretro è arrivato, tutta la piazza piomba in un silenzio inimmaginabile, rotto solo dai rintocchi tristi di una campana della Basilica.
    Pino è lì, dietro le quinte, pronto a calcare il palco ancora una volta e tutti lo aspettiamo palpitanti, proprio come facevamo ai suoi concerti. Il cuore mi batte forte, ma oggi non è pieno di gioia: “l’alleria” se n’è andata con lui.
    Ancora una volta, un lungo applauso lo accoglie quando arriva al centro della scena, ma la sua chitarra non è lì pronta per essere imbracciata. Né ci sono James e Tullio ad aspettarlo. Ci sono solo i nostri occhi lucidi e gli striscioni. Uno recita: “Vivrai in tutti noi”. Questa è l’unica certezza che ha Napoli oggi! E la ribadisce con parole chiare il cardinale Sepe che rassicura tutti con la Fede nella resurrezione e riesce anche a strapparmi un sorriso, perché un giorno lo rivedrò! Cita i suoi versi, il cardinale. E con voce forte e determinata, sottolinea che “il paragone con la carta sporca è soltanto una provocazione per sollecitare il risveglio e il riscatto. È un atto d’amore per Napoli terra mia”. Lo tutela – Sepe – contro ogni eventuale polemica e assurda dietrologia. E parla di lui come “un modello da imitare”. Ma questo il mio cuore l’ha sempre saputo. “Morto un Troisi non se ne fa un altro” diceva Benigni ricordando l’amico Massimo. E senza paura di essere smentito estendo il pensiero a Pino Daniele. E mentre scrivo il suo nome, i miei occhi tornano a gonfiarsi.
    Ad accompagnare l’uscita del feretro dalla piazza, le note di Napul’è, Quando, Qualcosa arriverà, Quanno chiove, Je so’ pazzo. Tutti le cantiamo tra i singhiozzi e, chiudendo gli occhi, lo vedo ancora lì, tra i suoi giri di blues e i vocalizzi. Mentre mischia inglese e napoletano. Mentre mi fa sognare l’Africa e l’America. E la mia mente torna ai banchi di scuola, alle prime lezioni di chitarra e a tutte le volte che l’ho ascoltato e cantato. Ed è un’assoluta certezza che ogni volta che suonerò le sue note, non riuscirò più a contenere le lacrime.