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“A Tripoli, in migliaia pronti a partire”: il racconto di un profugo

“Ho lasciato il Gambia 10 mesi fa”. Le tappe del suo viaggio Rafiah, poco più di vent’anni, ma già molte vite alle spalle, le ricorda con precisione. E dolore. Ora che siede nel centro di accoglienza di Pozzallo. Insieme agli altri 94, partiti col suo stesso gommone, e insieme agli altri 200 profughi sbarcati solo negli ultimi giorni da quest’estrema periferia d’Italia. Provengono tutti dal cuore dell’Africa, ma sono tutti partiti dalla Libia. “Diventata pericolosissima, anche per i suoi abitanti, che infatti ora si vogliono trasferire”, racconta questo giovane gambiano. Lui li ha visti, a Tripoli e nelle altre città libiche, le “migliaia e migliaia di uomini e donne pronti a partire per l’Italia: è pieno, pieno”, ripete nel suo inglese stentato. E a gestire questi viaggi ora c’è una rete forse diversa da quella del passato. Fatta di uomini senza scrupoli, che costringono i migranti a partire su barconi fatiscenti anche col mare in burrasca e pronti a sparare a chiunque si ribelli.

L’arrivo di un altro gambiano gambizzato qui è stato considerato “un salto di qualità”. Rafiah non sa dire se gli uomini che avevano la barca, quelli che l’hanno fatto partire fossero membri del Califfato, dell’Isis. Di sicuro, sa che “erano armati. Quasi tutti lo sono quelli che organizzano questi viaggi, forse sono uomini dell’esercito”, racconta a Storiacce. Di quale esercito? Nessuno in questo momento può dirlo, ora che è soprattutto la confusione e la violenza a dominare in Libia. “Tutti hanno armi, anche i bambini per strada. Si può morire o essere rapiti per nulla”, dice. E racconta anche come succede: “uno ti dice che ha un lavoro per te, che lo devi seguire e poi girato l’angolo ti ritrovi legato e loro ostaggio. Così possono chiedere soldi. Restare in Libia ora vuol dire rischiare la vita in ogni minuto”.

I profughi che ora sbarcano in quest’estremo avamposto d’Italia non sono più accolti con la stessa solidarietà di un tempo. Ora c’è anche un sentimento di paura che serpeggia nei discorsi degli abitanti di questo paese,  il più piccolo del ragusano: la paura che tra le centinaia di migranti ci possano essere infiltrati dell’Isis o isolati estremisti, pronti a gesti eclatanti. Gli 007 smentiscono, ripetono che non ci sono “evidenze” su quest’allarme rilanciato da più parti, ma l’incertezza scava quaggiù dentro l’armonia di una comunità. E lascia veleni. Come quelli che hanno portato parte della comunità a chiedere all’amministrazione di far sentire la propria voce, davanti all’ennesima emergenza sbarchi, con un contorno di paura maggiore.

Rafiah dice di non “aver mai sentito nessuno dire qualcosa contro l’Italia o contro l’Europa”, ma conosce le minacce dell’Isis ai “Paesi crociati”, come il nostro. Per lui, come per tutti gli altri, il nostro “è il Paese che viene a salvarci in acque internazionali”. Non la tappa finale del viaggio, ma l’inizio di una nuova vita.

Avrei voluto parlare la lingua di Rafiah, per capire davvero il suo racconto. Per sentire tutte le descrizioni di questi 10 mesi di viaggio ed entrare un po’ nella sua vita. La vita di persone che incontriamo nelle nostre città, il cui passato non riusciamo neanche ad immaginare. Tante volte mi è capitato di incontrare ed intervistare migranti: gli eritrei sopravvissuti al naufragio del 2013, dei senegalesi soccorsi in mare in una delle varie emergenze sbarchi, un ragazzo afgano arrivato sotto al camion in Italia e poi altri ancora. Simili, ma ogni volta diverse le loro storie. E il nostro modo di accoglierle. E sentirle dalla loro voce, spaventata, incerta a volta, incuriosita e quasi sempre addolorata, ci trasmette un po’ di quel racconto che una lingua diversa ci fa perdere. E molte emozioni. Per me, è stato così. La loro voce in Storiacce, alle 21.30 (ogni sabato, podcast sul sito di Radio24)

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