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Il tempo lento di L’Aquila

Il lento girare delle gru misura il tempo di L’Aquila. Un tempo lento e malinconico. Il tempo di una ricostruzione, che avanza a fatica. E “senza un’idea di città”, denunciano gli urbanisti. E’ il tempo del dolore, che si rinnova come un rantolo, nel silenzio di un centro storico ancora disabitato. Eppure quel braccio affaticato delle gru misura pure il tempo della speranza, sei anni dopo il terremoto che ha ucciso 309 persone e ammazzato il cuore dell’Aquila. Indica a distanza i cantieri aperti, comunica conto alla rovescia verso un rientro in stanze amate e drammaticamente abbandonate. Dice, quel braccio lento, che qualcosa pur si muove. Ma intanto i mesi passano, le sentenze arrivano in Cassazione, gli scandali si susseguono: dalle infiltrazioni dei casalesi, alle mazzette, ai balconi sequestrati perche pericolanti. E arriva un altro 6 aprile, sei anni dopo quello che ammazzò i giovani della casa dello studente, gli anziani del centro storico, le giovani coppie dei vari caseggiati crollati come sabbia, anche se nuovi. E alle 3.32 le fiaccole tornano ad attraversare il corpo spento dell’Aquila, col dolore di allora e le denunce di oggi. “Il fatto non sussiste, ma uccide”, recita uno striscione, che precede le facce sorridenti spente in quella notte. I loro nomi diventano altrettanti spine e atti d’accusa, snocciolati nella notte dell’Aquila da un altoparlante. L’Aquila è tutta chiusa per lutto, da sei anni. E allora gli abitanti non possono che guardare quel braccio delle gru come si osservano i macchinari che tengono in vita un malato grave: come all’unica ancora di sopravvivenza. Ma senza effettiva fiducia. Non puo esserci fiducia nel vuoto di strade ancora puntellate, in canali prosciugati di vita. Davanti ad una successione di saracinesce basse e finestre murate. Eppure il rumore lontano e lento delle gru dice che qualcosa si muove: l’anno scorso abbiamo raccontato il lento avanzare dei lavori, lo stato dell’edilizia pubblica e privata, la ristrutturazione delle chiese, la macchina che comincia ad ingranare. “Dopo le promesse, ora i soldi ci sono”, assicura il premier, Matteo Renzi, che forse un giretto all’Aquila poteva pure farlo. Per vedere, per rincuorare, per far sentire che quella macchina della ricostruzione sta finalmente girando davvero. L’Aquila- come un malato o un detenuto- vuole cominciare almeno a fare un conto alla rovescia. In attesa del giorno in cui si liberera dei tubi, delle impalcature e pure delle gru, e il suo cuore ritorna a battere. Di vita. Ps Sono stata all’Aquila quasi ogni anno da quel 6 aprile 2009. E ogni volta me ne torno col cuore gonfio di angoscia. E tristezza. Spero di poter presto ritornare lassu, tra quei monti, per raccontare il rientro a casa della gente.

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Ultimi commenti

  • milva cavazza 7 aprile 2015 / ore 15:36

    La verità è che i comitati come quello di cui faccio parte faticano a organizzarsi in massa,ma ci stiamo provando.stiamo creando una rete tra tutti i comitati e i movimenti nati in Italia.
    non vediamo altra soluzione.
    non abbiamo più alcuna fiducia nell organismo stato.
    per noi è un participio passato,svuotato da ogn i nobile significato

    1. Raffaella Calandra 7 aprile 2015 / ore 19:34

      Sfiducia e rassegnazione, i fantasmi che incontri di più nelle strade vuote dell’Aquila. Le accuse allo “Stato” a tutti i livelli vengono ripetute da tutti. Bisogna però anche dire che, sia pur con grande lentezza, qualcosa si muove. Cominciare a ripopolare la città, nei pochi spazi riaperti, per iniziare a ridarle vita? In bocca al lupo, Milva