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Io, fermata dalla polizia in Bulgaria

 

 

BULGARIA OK

Ritorno a Storiacce blog dopo una lunga assenza. Piena di belle letture (soprattutto in vacanza) e di trasferte, intense, faticose, forti.

Ho taccuini pieni di storie, piccole e grandi. Oltre a quelle raccontate su Radio24 e in Storiacce. Ho il telefono carico di foto di luoghi e di volti, incrociati a molti km di distanza da Milano. E la memoria ancora più zeppa (peggio del mio trolley) di emozioni, di pensieri e anche di paura. Gran parte di tutto questo l’avrete forse già incrociato attraverso la radio. Ma c’è tutto quello che non trova spazio in una cronaca radiofonica, anche se lunga, che qui voglio condividere con voi (anche se in ritardo). La descrizione di un bar nello sperduto paesino di Lesovo, al confine tra Bulgaria e Turchia; le facce dei ragazze siriani nel campo profughi di Voenna Rampa; i suoni di un bosco di acacie e pioppi lungo le rotte, percorse a ritroso, dei migranti dalla Turchia verso l’Europa. Le riflessioni sul valore di certe trasferte, anche quando sembrano portarti verso storie a volte quasi uguali tra loro.

E’ la bellezza di questo lavoro, quando non si smette di lasciarsi incuriosire e stupire. Sono andata in Bulgaria, perché volevo vedere e raccontare nel reportage e in Storiacce il muro che da tempo corre al confine con la Turchia, quello che ha “ispirato” le successive barriere, e che il Governo sta allungando. E raccontare come e dove i profughi lo aggirano. Come trovano i trafficanti, quanto li pagano, che strade fanno.

E ho avuto anche una piccola (dis)avventura con la polizia bulgara. Accompagnata da due persone del posto, attraverso strade sterrate e campagne abbandonate sono arrivata proprio laddove il filo spinato marca la fine del territorio europeo. Superati vecchi cancelli della cortina di ferro e abbandonati check point di un altro mondo, davanti alla rete che sbarra l’ingresso nell’Unione. Ma gli agenti bulgari non hanno gradito. Vietato avvicinarsi, vietato fotografare. Vietato essere là. Ho pensato se in Italia esista una sola situazione analoga. E per fortuna non l’ho trovata. Soprattutto, in Italia sarebbe successo il finimondo se un giornalista fosse stato fermato. E’ quello che invece è successo a noi. Due agenti ci hanno imposto di fermaci, abbiamo dovuto aspettare arrivassero i capi. Spiegazioni, documenti. Cancellazioni di foto (che mi ero già mandata via mail…). Attese, che stavano stravolgendo l’agenda fitta della trasferta. Poi, quando pensavamo di essere finalmente “liberi”, ci hanno imposto di seguirli al comando di Elhovo, dove ha sede la polizia di frontiera. Fortunatamente, dovevo fare delle dirette in radio e ho finito per raccontare anche tutto questo. Passo passo. “Tutto bene?”, mi scrive mia sorella dopo aver sentito la radio. Si, sì, era tutto bene. Per gli standard bulgari, dove anche se siamo in Unione Europea si può imporre di non avvicinarsi alla frontiera. Nessuno parlava inglese neanche per sbaglio. Al comando, un gruppo di siriani- appena bloccato al confine- stava per essere portato in uno dei centri di accoglienza. A noi, dopo altra attesa, la copia dei passaporti e lunghe ramanzine in bulgaro, alla fine è stato permesso di tornare al nostro lavoro.

Al di là della piccola avventura, a me è rimasta la domanda: sarebbe stata possibile una situazione simile in Italia? Continuo a pensare e sperare di no. Ma l’Europa dovrebbe essere una, anche in questo…

ps. Ho molto altro da raccontarvi da questa trasferta. E altro vi racconterò anche da un’altra trasferta, nella “mia” città, Napoli…

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Ultimi commenti

  • laura caputo 24 settembre 2015 / ore 13:14

    grazie, Raffaella.
    No, per fortuna in Italia non avrebbe potuto accadere: facciamo in modo che non sia pensabile nemmeno per il futuro.