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Napoli, il mito e la paranza dei ragazzini

 L’ultima puntata di Storiacce nasce dal ventre di Napoli.  Tra i palazzi dove è nato Totò, al rione Sanità, e al vicolo della Sposa, nei quartieri Spagnoli, una delle zone da cui provengono molti dei ragazzini della “paranza”, i giovanissimi che con una moto sotto al sedere e una pistola in mano terrorizzano la città. Aspiranti camorristi, che si rivedono riflessi nei tratti di Genny Savastano – il protagonista della fiction Gomorra – e lo riproducono. In uno scambio costante tra fiction e realtà. Questo il filo conduttore di una puntata che ha fatto molto parlare, soprattutto per le parole del questore, Guido Marino, proprio sulle fiction. Dice che non le guarda, perché le trova offensive e poco rappresentative. Voi che ne pensate? Vi racconterò presto di questa trasferta, intanto a proposito di realtà e finzione, tra cronaca e mito, ecco le Mitiche Storiacce di Giorgio Ieranò di sabato scorsoprofessore di Letteratura greca all’Università di Trento e autore di saggi sulla mitologia classica. (L’ultimo, “Gli eroi della Guerra di Troia”, Sonzogno)

Sarà perché Napoli è una citta greca, sarà perché il mito è tutto fatto di storiacce, di crimini e di sangue, di violenza selvaggia ma anche meditatata e premeditata.  Insomma, i motivi possono essere tanti: sta di fatto che spesso scrittori e registi hanno usato il linguaggio del mito greco per raccontare i lati oscuri di Napoli, i suoi bassifondi, il suo degrado, la sua violenza. Pensate a Francesco Mastriani. Oggi nessuno lo conosce, ma nell’Ottocento era famoso come autore di romanzi d’appendice, da “La cieca di Sorrento” a “I misteri di Napoli”, dove spesso raccontava il mondo degli emarginati e della malavita. Mastriani viene colpito da un fatto di cronaca che riscrive a modo suo: un’orfana napoletana, cresciuta nella miseria, ha una figlia da un uomo ma, quando quest’uomo la lascia perché ha trovato una ragazza di buona famiglia, si vendica uccidendo la figlia. A Mastriani viene in mente il mito greco dell’infanticida Medea e così scrive un dramma che s’intitola “La Medea di Porta Medina”, dal nome di un’antica porta napoletana demolita nell’Ottocento. Se vi capita di ritrovarlo, da questa storia hanno anche fatto un film con due giovanissimi Giuliana De Sio e Christian De Sica. Ma anche una scrittrice di oggi, Valeria Parrella, ha trasformato Agamennone, il comandante dei greci alla guerra troiana, il re tronfio e arrogante, in un boss della camorra. Non per dare ai camorristi la patente di eroi. Ma per indagare il lato oscuro, arcaico e profondo, della violenza. 

 

ps A proposito di mito e di Napoli, vi segnalo- poi ve ne parlerò bene – un festival che ci sarà dal 1 ottobre al 4 ottobre a Santa Maria Capua Vetere (Caserta) nel meraviglioso anfiteatro dove si esibiva Spartacus. “I am Spartacus, eroi, valorosi e valori”: il mito classico, del gladiatore che guidò la protesta contro l’Impero romano, e la rivolta del più importante processo contro i casalesi, Spartacus appunto. Nelle parole e nelle testimonianze di magistrati, giornalisti e attenti e spietati osservatori della zona. In un secondo colosseo, quasi a tutti sconosciuto.

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