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Il ritornello di Napoli: qui tutto bene. Davvero?!

 sanita cut
Napoli – Lasciato alle spalle il sole cocente e la luce che brilla sulle riggiole di antichi palazzi, entriamo nell’ultima trincea di Napoli. Dove il sangue di un diciassettenne – ucciso non si sa ancora perché – è stato versato sul rione che fu di Totò e de Filippo. E’ successo in una di quelle notti in cui la paranza dei ragazzini – come l’hanno chiamata i magistrati – terrorizza la città. Con un motorino sotto al sedere, una pistola in mano. E spari- quando va bene – solo a saracinesche e finestre.
Siamo al Rione Sanità. E’ qui e poi al Rione Traiano che ora gli equilibri sono saltati e schiere di minorenni si mettono a  disposizione di chi, nel vuoto di vecchi boss arrestati, vuole imporre la propria legge col rombo di una Ak47.
Sabato scorso, da qui, da via Santa Maria Antesaecula, dove è nato uno dei miti più belli di Napoli e dove schiere di turisti ogni giorno provano ad arrivare, è partita la puntata di Storiacce nella “paranza dei ragazzini”le storie degli aspiranti boss, che si rispecchiano nel protagonista  della fiction Gomorra Genny Savastano (a proposito, il questore Guido Marino dice che certe fiction sono offensive, voi che ne pensate?!) ; quelle di equilibri di camorra saltati dopo i ripetuti arresti. Ma anche la storia di una città che non riesce come a guardarsi dentro, a riconoscere i suoi mali e pure la sua incapacità- talvolta- di arginarli. Anche questo aspetto racconto nel reportage da Napoli, in onda domenica 4 ottobre alle 8.15.
Ho attraversato la Sanità, prima con la volante della polizia, poi in lungo e largo da sola. Volevo fare un esperimento e verificare sul campo come fossero accolti gli agenti in un quartiere popolare, 32mila abitanti, con una disoccupazione giovanile al 60% e nessun difficile, un quartiere difficile e ora ferito e spaventato. Ne stavo appena cominciando a parlare in auto con Michele Spina, dirigente dell’ufficio prevenzione, che dal marciapiede una voce – rimasta impressa nel mio microfono – urla: Jativvenn’ tutti quanti. E nun turnat. Andate via tutti e non tornate. Non fossimo stati a Napoli, nelle viscere di Napoli, sarebbe sembrato un copione, teatro. Invece era realtà. Ed ecco la risposta alla mia domanda da strade brulicanti di vita, suoni, mercato, ma anche di un rischio di morte percepito vicino, come le auto in mezzo agli ingorghi dell’ora di punta. Ci sono i fatti, gli omicidi, gli accoltellamenti frequenti, “le sceneggiate criminali”- di chi con una pistola in mano mette in fuga un’intera piazza di giovani – ma ci sono anche le reazioni di tutti gli altri. Della Napoli, che è testimone, ma che reagisce davvero solo quando si sente attaccata. Com’è successo dopo le parole del presidente della commissione antimafia, Rosy Bindi. Ho parlato con tantissime persone: amo fare i reportage, perché mi portano ad entrare in vicoli, negozi, a cercare, a parlare, ad osservare. E il ritornello era sempre lo stesso: ” sì, va beh, è successo, è successo pure che abbiano ammazzato un diciassettenne non si sa perché, ma poteva succedere pure da un’altra parte. Insomma, il problema non è qui. Non è solo qui”. Mi colpisce ogni volta quel disincanto, che sa di rassegnazione da una parte, e di difesa ostinata della città dall’altra. Anche con chi, come la sottoscritta, anche senza volerlo, ogni volta che è a Napoli ritira fuori un vecchio accento. “Si vive benissimo”, scandiscono alla pizzeria Concettina ai Tre santi, mentre si sforna una delle migliori margherite a libretto della città (uno dei fondamentali suggerimenti del mio amico Antonio). Va bene l’amore per la città: amo Napoli, come non credo riuscirò mai a fare con nessun altra città. Ma in quel “benissimo” non ci può stare pure la morte di un ragazzino. Mi colpisce il tentativo di voler considerare tutto normale, di voler minimizzare. Come ho sentito fare in piazza Bellini. E anche tutto questo racconto nel reportage di domenica, dell’ultima trincea di Napoli tra realtà e fiction. Dove a volte bastano pochi secondi a stabilire la vita e la morte in certi vicoli dove il sole non arriva mai. Come bastano pochi gradini, poco lontano da qui, nel cimitero delle Fontanelle – a separare il regno dei vivi e dei morti. E a volte non capisci più dove finisce l’uno e comincia l’altro. E questa è Napoli, un perenne teatro di vita a cielo aperto.
Ps. Ogni volta, che sento ripetermi nelle varie emergenze “va tutto bene”, mi ricordo l’incipit di un celebre e spietato film, “L’Odio”. “È la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani..A ogni piano, mentre cade, l’uomo non smette di ripetere: “Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”. Questo per dire che l’importante non è la caduta ma l’atterraggio.”

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