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Spose bambine, anche in Italia

 

 

Quando ho scoperto questa storia, ho sentito un brivido: “sposa-bambina, per un patto di ‘ndrangheta”.

Possibile? In Italia? Ho pensato alle immagini strazianti diffuse da Amnesty International che guida quest’anno una campagna di sensibilizzazione a difesa delle piccole donne, consegnate a uomini che potrebbero essere i padri o i nonni. Possibile che tutto questo, o quasi, succeda non solo in India, in Afghanistan, in Yemen – non solo in Paese distrutti da povertà, guerra, ignoranza – ma anche da noi? La storia di G., che ho raccontato nella puntata di Storiacce di sabato 28 novembre, rivela purtroppo di sì.

G. ha 13 anni e i suoi genitori hanno deciso che dovrà essere la sposa del rampollo di una delle famiglie di ‘ndrangheta della zona, la Locride. Lei non vorrebbe, a lei piace un suo coetaneo. Lo respinge una prima volta, con sommo disappunto delle altre donne di casa. La mamma e la zia intervengono, chiamano il ragazzo- molto più grande di lei- si scusano, cercano in ogni modo di non fargli cambiare idea, gli assicurano che deve solo insistere, che la bambina alla fine accetterà. E lui obbedisce. E lei obbedisce. E alla fine una cena sancisce il fidanzamento ufficiale tra i due, quindi il futuro matrimonio. A quel punto, ho perso le tracce di G. Non so se anche lei, come moltissime altre ragazzine nelle sua stessa “condizione” di promesse spose, abbia smesso a quel punto di andare a scuola. Come i “fidanzati” spesso comandano. Si sentono i padroni. E i padroni ordinano che loro non hanno più bisogno di andare a scuola ed essere viste caso mai dagli altri. Ma devono restare a casa. Quasi 1000 alunni nel 2015 hanno lasciato le scuole in Calabria. Molti meno di un tempo, come meno di un tempo sono pure queste unioni forzate, per siglare accordi tra clan.

Ma anche se diminuiscono, sono sempre troppi i casi. Un angolo di medioevo resiste, pervicace, nelle fasce più basse della Calabria criminale e tutto questo passa troppo sotto silenzio. Ci sono bimbe, che non possono godersi la loro età, costruirsi il loro futuro, ma sono da subito rassegnate ad accettare quello costruito da altri. E allora, la storia di G. mi ha spinto a indagare ancora tra le pieghe dei matrimoni forzati voluti dalla ‘ndrangheta o delle tante storie di spose bambine. Come quella di Giusy Pesce, ora principale collaboratrice di giustizia della piana di Gioia Tauro, che il primo figlio l’ha partorito a 14 anni. Proprio come le bimbe indiane, afgane, che non di rado muoiono di parto. Tutto questo succede nella nostra Italia, anche se nell’angolo meno noto e più abbandonato del Paese, l’entroterra calabro. Ma questo succede. E noi lasciamo che decine di bimbe diventino grandi troppo presto.

Raccontare queste storie significa sperare di trasmettere ad altri quel brivido che ho provato io. E sperare che questi brividi smuovano coscienze e tradizioni. Anche se il vero cambiamento e la vera speranza- sono d’accordo con don Pino de Masi di Palmi – arriva dalle donne di queste terre, dalle mamme di ‘ndrangheta che hanno cominciato a ribellarsi e provano a sottrarre le figlie dal destino che loro hanno subito. Giusy ha fatto così. Ed è per questo che deve avere l’appoggio di tutti noi. Perché le bambine devono essere solo bambine.

 

ps Sto rivedendo, come suggerito da una cara amica, i comizi d’amore di Pasolini. E la parte calabra è illuminante, per capire quello che ancora oggi succede.

pps Ancora una volta, ho trascurato, colpevolmente, Storiacce blog. Giorni di lavoro più che intenso, dopo le stragi di Parigi, ma anche di riflessione, intima e condivisa. Soprattutto sul terrorismo e sulle nostre vite. Ne voglio parlare anche con voi, ma sto aspettando che lo choc di Parigi si allontani un po’. Per capire davvero, ad esempio, se la paura ci sta portando a cambiare, anche solo un po’, le nostre abitudini. Se la paura è entrate nella nostra quotidianità, nelle grandi città. Ho cominciato a pensarci, ai tavolini di un ristorante, dove suonavano. L’avrete fatto anche voi…

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