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San Vittore, è qui la Prima della Scala

 

 

SAN VITTORE

“Ora tutti ci chiedono di venire qui, ma riusciamo ad accontentare solo pochi”. Lina Sotis sorride. L’insolita platea applaude. I posti sono limitatissimi, cento al massimo. Più facile accomodarsi sulle poltrone del teatro del Piermarini, che su queste scomode sedie tra gli spifferi. Ma nel giorno di Sant’Ambrogio, ora è qui che Milano chiede di seguire l’inaugurazione della stagione scaligera. In quest’altra Prima della Scala. Quella alternativa. Dentro il carcere di San Vittore. Dove mancano tappeti rossi e lustrini, ma ritrovi l’autentico spirito milanese. E la sua eleganza. Ho sentito questo, sulle note di Giovanna D’Arco.

Rotonda del carcere. Da qui partono i raggi che conducono nelle celle dello storico e affollato istituto penitenziario, nel centro della città. Più volte, l’ho visitato per raccontare storie di drammatico sovraffollamento, di dolore e di difficoltà. Stavolta, invece c’è un clima di festa. E c’è Milano. Quella che non si esibisce, ma è elegante di natura e eredità storica. Come i suoi palazzi, che dietro facciate semplici svelano giardini incredibili. C’è la Milano che opera, si cura degli altri, e lo fa in silenzio, senza ostentare. C’è la Milano seria e accogliente. Diversi imprenditori di Assolombarda e Alvise Biffi, che guida le piccole imprese, sono tra le ultime file. Mescolati a magistrati, avvocati, rappresentanti del mondo dell’editoria, dell’amministrazione, dell’arte e della cultura di questa città. Le imprese contano di intensificare i progetti di formazione professionale per i detenuti e, come in passato, aiutarli a reinserirsi nel mondo del lavoro. In prima fila, alcuni ospiti di San Vittore è quello che sperano più di tutto. In questa serata delle grandi passioni patriottiche della pulzella d’Orleans e delle intime speranze. Di riavere una chance, al di là del muro di cinta. Gloria Manzelli, sorridente direttrice di San Vittore, accoglie da perfetta padrona di casa. Insieme a Lina Sotis, firma storica del Corriere, signora di eleganza, che sprona “anche solo con degli aggettivi” ad aiutare a portare la città di fuori, dentro queste mura. Battaglia, vinta, avviata anni fa dallo storico direttore, Luigi Pagano. La sera di Sant’Ambrogio, soprattutto (ma non solo), ci riescono.

Tra i due atti, Giovanni Canzio, presidente della corte d’Appello, in corsa per diventare la più alta toga d’Italia in Cassazione, sorseggia un the, insieme a Fatima, Mohamed e gli altri detenuti che vivono la loro serata da “Cenerentola”. I biscotti, come le praline di cioccolato, le hanno preparate le detenute del secondo raggio, insieme a quelle di Bursto Arsizio. Commentano Verdi, anche loro, come si fa al Piermarini. Il Fidelio, l’anno scorso, aveva fatto più breccia di Giovanna D’Arco. Ma gli occhi di tutti brillano. Di gioia, di bellezza. Di novità. E della magia che anche un posto di restrizione, come un carcere, può avere. Ma alla fine brillano anche, davanti al profumo del risotto alla milanese (ovviamente, nel giorno di Sant’Ambrogio…) e al panettone, anche questi prodotti dalla cooperativa LiberaMente delle detenute.

Dietro queste sbarre, Milano si è ritrovata. E riconosciuta. E a me, la sua autenticità sobria – senza false promesse, né ipocrite smancerie – è piaciuta ancora di più.

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