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Io, in viaggio con i migranti verso la Danimarca

 

PADBORG

La Danimarca diventa ora per legge un Paese ostile ai migranti. Un Paese dove sarà possibile confiscare ai profughi i beni di valore, dove si allungano i tempi per i ricongiungimenti familiari e aumenta il costo per i permessi di residenza. E altre clausole del genere, per far capire che “se vuoi venire in Europa, devi stare alla larga della Danimarca”, per dirla con le parole della portavoce del partito del popolo danese. Il tetto dell’ Europa insomma si blinda, dopo essere stato il simbolo dell’accoglienza e del welfare. “Un Paese civile”, dice Checco Zalone.

Ho visto con i miei occhi i migranti diretti in Scandinavia. E ho visto i beni, che portano con sé. Ai primi di gennaio – dopo aver raccontato i fatti di Colonia – sono stata al confine tra Germania e Danimarca. Tra Flensburg e Padborg, due piccole stazioni nella nebbia e nella neve. La prima, ultimo comune a Nord della Germania; l’altra, pochi km più avanti, in Danimarca. Quando i treni entrano in territorio danese, gli agenti salgono a bordo. Controllano i documenti di tutti e fanno scendere i migranti. Per capire chi può proseguire il viaggio e chi invece torna indietro. Ho seguito il viaggio di una famiglia, padre, madre e sei bambini. Una montagna di sacchetti, con tutta la vita stipata all’interno, e nessun cappotto. Nessuna giacca, per affrontare quelle temperature. E’ a Flensburg, che avviene per loro la trasformazione. “Spesso arrivano con i pantaloncini corti e i sandali. E noi diamo loro giacche, cappelli, sciarpe”, mi raccontano i volontari di questa stazione diventata un centro d’accoglienza. Cammino con loro attraverso la “stanza dei vestiti”, tra file di tute da neve per bambini, scarponi pesanti, valigie. Mi fanno impressione, così tante, messe insieme. Non so perché penso ad Auschwitz. Paragone totalmente inappropriato, lo so, ma ci sono posti che ti parlano del dolore della gente che li attraversa. E qui, come in altri luoghi di transito dei profughi, ho sentito tutto il dolore di chi comunque è costretto a spostarsi verso altri Paesi. Così diversi. E nelle loro borse portano pezzi della loro vita.

 

migranti

In quei sacchetti stracolmi, che ostruivano il passaggio in treno e formavano piccole colline, ho visto spuntare vestiti colorati, giocattoli. Bambole. A Padborg, gliele hanno perquisite. Per sicurezza. Non so se avessero gioielli nascosti da qualche parte. Ma se anche fosse, l’idea che possano essere requisiti, per sostenere le spese del welfare, fa ripensare di nuovo alle deportazioni del passato.

Se io dovessi abbandonare la mia casa e il mio Paese, credo che anche io vorrei portare qualcosa che mi richiamasse il mio passato, i miei affetti, la mia storia. Spesso, sono i gioielli, regali di momenti particolari. Sono escluse le fedi nuziali, hanno specificato da Copenaghen, ma resta una cattiveria sequestrare i loro beni. Ne sono ancora più convinta, ora che li ho visti, i loro beni. Le loro facce. Le loro fatiche.

Ma pure la gioia, quando- passati tutti i controlli – la polizia li fa salire su un pulmino, diretto ad un centro di accoglienza. E alla loro nuova vita. Dal finestrino, i bimbi mi salutano col segno della vittoria. Anche la mamma e il papà da dietro fanno ciao.

Abbiamo viaggiato per ore in treno insieme, prima Amburgo-Flensburg. Poi Padborg. Non parlavano né inglese, né tedesco, ma ci eravamo comunque capiti. Continuava a ripetermi “Danmark, Danmark” il padre, fiducioso. E spossato da un viaggio in cui ha dovuto svariate volte spostare questa montagna di sacchetti.

Ora sono in Danimarca, quello stesso Paese che sta facendo di tutto per diventare il meno accogliente possibile. Nel buio fitto di Padborg, le mie uniche parole per loro sono state “good luck”. E spero davvero che ora la fortuna li accompagni.

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