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Il maxiprocesso, 30 anni dopo. E i mille morti di Palermo

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Quanti sono mille morti? Quasi la metà degli abitanti del mio paese d’origine; tre volte i morti annegati della strage di Lampedusa.

Cifre che scriviamo, in articoli su disastrosi terremoti in terre lontane o per micidiali epidemie. Quanti sono mille morti?

Quanti furono gli uomini, le donne e i bambini morti ammazzati, quando Palermo divenne come Beirut. E la speranza dei siciliani onesti moriva ad ogni lenzuolo steso per terra.

In una Palermo che stava morendo dissanguata, il 10 febbraio 1986 si aprì il maxi-processo, il processo più imponente mai celebrato contro la mafia. Quando per la prima volta anche il resto d’Italia cominciò a capire cosa fosse Cosa Nostra, grazie alle telecamere che portarono dentro le case di tutti, le voci dei boss dalle gabbie e i racconti dei pentiti: Tommaso Buscetta, Totuccio Contorno. Su questo, Storiacce del 6 febbraio (Dal Maxiprocesso a Mafia Capitale).

Ma quel maxiprocesso fu anche la risposta dello Stato a quei “Mille morti di Palermo”, titolo del bel saggio di Antonio Calabrò (Mondadori, 256 pagg, 18,50) , a trent’anni dall’inizio di quelle storiche udienze. A quell’epoca, Calabrò- oggi vicepresidente di Assolombarda e consigliere delegato della Fondazione Pirelli, tra l’altro- viveva in Sicilia e da caporedattore de “L’Ora” viveva immerso nella “città-mattatoio”. “La città  erano molte città. C’era una città complice, una che stava a guardare con indifferenza e una città che viveva quei morti  per strada, ma anche le storie dei morti scomparsi, con una profondissima angoscia”. Ed è per le strade di questa Palermo, paragonata ora a Beirut, ora a Sagunto – espugnata mentre Roma discute – che ci conducono le pagine documentate e appassionate. Quando il sipario si alza, risentiamo innanzitutto le parole ambigue di Michele Greco, il papa, che dalla gabbia augura “la pace” al presidente della Corte del maxiprocesso, prima che si ritiri in una camera di consiglio lunga 35 giorni, da cui uscì con 2.665 anni di galera.

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“All’inizio, noi quasi non capimmo il tono minaccioso, l’avvertimento nascosto tra quelle parole”, ammette ora con Storiacce Alfonso Giordano, presidente della Corte del maxiprocesso (Pietro Grasso, giudice a latere). Ma per capire la prospettiva di Palermo, per cercare 30 anni dopo di cercare ancora di cogliere cosa abbiano rappresentato per la città-mattatoio quelle udienze in un’aula bunker costruita a posta per l’evento, bisogna andare indietro alla seconda metà degli anni Settanta. Quando “in Sicilia si respira un’ atmosfera di rinnovamento. C’è  un grande accordo politico – ricorda Calabrò a Storiacce – per un buon governo della Regione. C’è un tentativo della Dc di affrancarsi dal passato di mafia e c’è al vertice della Regione un uomo che fa dell’efficienza e della moralità una bandiera distintiva, Piersanti Mattarella. Tra ’75 e ’79 in tanti pensiamo che ci sia la svolta- racconta. Poi arrivano i morti. Sulla scena politica della trasformazione qualcuno spara”. E cominciano i morti, più o meno eccellenti. Sempre più numerosi. Mentre Palermo si divide tra chi ripete: “si ammazzano tra di loro” e chi invece: “ma questi giudici, che vogliono. Ci lasciassero in pace!”.

Ecco la Palermo dei mille morti, dove in via Carini, il giorno della strage in cui morì il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa con la moglie e l’agente della scorta, qualcuno scrisse su un cartello: “qui muore la speranza dei siciliani onesti”.

Forse ricominciò a risorgere 4 anni dopo, in quell’ “astronave” comparsa accanto all’ Ucciardone, l’aula bunker dove si celebrava il maxi processo. Cosa resta del maxiprocesso, 30 anni dopo? Abbiamo provato a capirlo nella puntata di Storiacce di sabato 6 febbraio (in onda alle 21.30, riascoltabile sempre qui in podcast) con i protagonisti di quella pagina storica, dal presidente Alfonso Giordano, all’avvocato Alfredo Galasso, allora in aula a difendere le parti civili e la famiglia Dalla Chiesa, oggi ancora nell’aula di un altro maxi processo, Mafia Capitale.  Di sicuro, 30 anni dopo, resta ancora “la gratitudine che persone semplici – racconta Giordano – vogliono attestarmi ancora, quando le incontro per strada”. Gratitudine, per aver contribuito a fare Giustizia. Per aver cominciato a dare verità ai mille morti di Palermo.

Un libro da leggere.

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