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Moby Prince, la battaglia di chi cerca verità dopo 25 anni

 

Ho conosciuto Angelo Chessa, per colpa della mia caviglia. Ho incontrato la prima volta il figlio del comandante del Moby Prince anni fa, dopo che una bicicletta in contromano mi investì. Diagnosi: distorsione della caviglia. E con una gamba praticamente ingessata andai in trasferta all’isola del Giglio, per il naufragio della Concordia. Al ritorno, un’amica mi segnalò il nome di quest’ ortopedico. E ben presto, dalla Concordia si finì per andare indietro nel tempo, fino ad un altro disastro del mare, a quella che viene considerata l’Ustica del Mare. Il Moby Prince, 140 morti e 25 anni di inchieste che non hanno portato ad alcuna verità.

Da allora, Angelo Chessa è diventato un po’ il punto di riferimento per tutti i familiari delle vittime, che hanno scandagliato gli atti giudiziari, raccolto elementi, arruolato consulenti e mostrato le “macroscopiche incongruità” che potrebbero portare anche ad una rilettura giudiziaria della vicenda. Già hanno ottenuto l’apertura della commissione parlamentare d’inchiesta, che tra un mese dovrebbe consegnare al Parlamento i primi risultati della propria relazione. Elementi che il presidente, Sergio Lai (Pd), ha anticipato a Storiacce nella puntata di sabato 9 aprile (ore 21.30), dedicata proprio al Moby Prince. Angelo Chessa quel 10 aprile del ’91, quando era ancora solo studente di medicina, perse entrambi i genitori su quel traghetto, che entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo, nello specchio di mare davanti a Livorno. Perse il padre, comandante del Moby Prince, con cui ha girato il mondo, e per una fatalità anche la madre. E da allora, con una determinazione – che solo dolori troppo grandi o sentimenti troppo forti possono dare – va avanti a cercare ciò che possa restituire “verità e giustizia” a tutte le vittime. Come hanno chiesto in migliaia a Livorno. Vittime, che morirono dopo ore dallo scontro. 140 persone, che furono “lasciate morire”, respirando fumi e vernici- attaccano i loro congiunti, sulla base di elementi raccolti. E quello dei tempi dei soccorsi, come sentirete in Storiacce, è uno dei punti cruciali per una possibile rilettura dei fatti. E quello più angosciante.

Insieme alla nebbia, che non c’era quella sera a Livorno, anche se per anni così è stato raccontato, ma che invece per un quarto di secolo ha avvolto la storia del peggior disastro della Marina.

 

Ps. In chiusura di questa puntata di Storiacce, ho voluto ricordare e salutare un collega, che da giovanissimo cronista livornese era salito sulla carcassa fumante del #MobyPrince, come talvolta raccontava. Addio, Emiliano Liuzzi: te ne sei andato questa settimana troppo presto. All’improvviso. Ci avresti fatto un pezzetto, come dicevi tu, su quelle migliaia di persone che nella tua Livorno ancora – testardi – chiedono verità per i loro cari…

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