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Ciao Randa, amico e cronista tra i marmi del Tribunale

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Non riesco a smettere. Di pensare, ricordare. Di chiedere ad amici e colleghi. Di cercare sui social e sui giornali. Di leggere. Le notizie su di te e poi quell’ultimo messaggio. Con l’indirizzo di una trattoria a Savona, che mi consigliavi. Anzi, quelle sono state le ultime parole che ci siamo scambiati: “com’era la focaccia?”, mi hai chiesto l’altro giorno, ovviamente a Palazzo, dove ormai ci incontravamo molto meno di un tempo. “Non sono riuscita a mangiarla, il treno è arrivato tardi e avevo un appuntamento”. Il lavoro, la passione per il lavoro – e per la cronaca giudiziaria, quella che quasi nessuno nelle redazioni vuole fare, perché richiede tantissima fatica ed è sempre a rischio buchi – ci aveva fatto conoscere, in un momento particolare per entrambi. Quando io stavo cominciando a seguire ogni giorno la cronaca giudiziaria e tu avevi già vissuto importanti stagioni. Immortalato, tra l’altro, nel frammento del Caimano, mentre prendevi appunti durante la deposizione di Silvio Berlusconi, intento a raccontare come annotasse sempre i regali per le signore, alle feste di Natale, per non rischiare duplicati. C’ero anch’io quel giorno nell’aula magna del Tribunale, ma solo dopo avremmo cominciato a scherzare, chiacchierare, a prenderci in giro. A conoscerci, quando altre inchieste tenevano banco in tutto il Paese, si entrava nel Palazzo al mattino e si usciva a ormai sera inoltrata. Le scalate bancarie, i dossier Telecom, il rapimento Abu Omar. E prima, il sequestro Roveraro, di cui per primo desti notizia su Avvenire. Non senza interrogarti sugli effetti della notizia. Mi chiamavi “il segugio”; a me apparivi come un gigante, buono. Quante volte, ci siamo trovati a parlare di vicende complesse, delicate, scivolose, in cui solo l’esperienza insegna ad orientarsi. Quante attese, prima delle varie sentenze Berlusconi, sono state riempite anche con racconti sulla pallanuoto, la ristrutturazione della tua amata casa di Albisola, del progetto di tornare prima o poi al mare, delle sagre della Liguria, del mare di Varigotti, dell’isola della Palmaria, dei funghi. Dei libri di Raffaele La Capria. Quando passasti a Repubblica, tua mamma si commosse per la gioia. “Perché ora gioco in serie A”, mi raccontasti. Ed era così e ricordo il tuo entusiasmo, quando ti ritrovasti con altri big della cronaca nel tuo giornale, come Piero Colaprico e Peppe D’Avanzo, a raccontare storie di spie, dossier e segreti. Divenne anche un libro, che profumava di pietanze. Che ti piaceva preparare e provare.

Eri felice, di quella gioia che questo lavoro sa trasmettere ogni volta, risarcendo con le soddisfazioni le tante fatiche, le arrabbiature, gli appuntamenti saltati, gli amici trascurati, le frustrazioni per i buchi, l’adrenalina, la dissimulazione. Ripenso a decine di casi di ricerca delle carte, di attese, di letture, a ore e ore di ansia e ora tutto questo mi sembra scolorire. Ora che la vita ci mostra come ci si possa addormentare, così con serenità, come tutte le altre volte, e ritrovarsi, abbracciati al cuscino, all’altro mondo. Senza aver neanche festeggiato i 50 anni.  Fa paura. La vita, i diversi impegni di lavoro, le nuove stagioni giudiziarie avevano fatto sì che ci incontrassimo di meno, rispetto a quegli anni lontani, quando a casa tua si vedevano le partite della Roma. E una lavagna portava le firme degli ospiti. Ci incontrammo ad un’iniziativa della Camera Penale, che ora ti ricorda e ti piange, come tutti, e mi avevi raccontato  del passaggio alla Stampa e della qualifica da inviato speciale. Si pensa sempre di poter recuperare le chiacchierate non fatte, le battute non condivise. Si pensa sempre ci siano altri momenti per prendersi in giro e sorridersi. “Che hai poi da sorridere al quarto piano?”, obiettasti – col tuo solito modo, finto burbero – una delle ultime volte che ci incontrammo in Procura. Ci facemmo una risata, appunto. Ed è questo il ricordo che di più voglio custodire, ora che scrivo queste righe, senza riuscire ancora a rendermi conto davvero che ti sei addormentato per sempre. Come già Cristina, altra colonna portante della sala stampa del Palazzo di Giustizia di Milano.

Stavolta ci hai fregato tutti e ci hai lasciato così, impietriti. Senza neanche una tua battuta, con l’accento ligure, a regalarci un sorriso.

Ciao, #EmilioRandacio! Questo non ce lo dovevi fare.

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