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La #tempestaemotiva e il nuovo cortocircuito tra Giustizia, informazione e difesa delle donne

olga-matei

 

Qualche mese fa, il caso scoppiò dopo una sentenza della Cassazione su uno stupro. Stavolta, per un femminicidio. E forse non è affatto una coincidenza, ma probabilmente il cortocircuito sta proprio qui. Il cortocircuito tra i meccanismi della giustizia, le sue regole, le leggi e poi l’informazione: il modo di raccontare la cronca giudiziaria e di commentarla. E a cascata, le reazioni politiche e le riflessioni su diritti che dovrebbero essere considerati acquisiti ormai, ma che evidentemente è ancora necessario difendere.

Questi i fatti. La Corte d’Appello di Bologna ha condannato un uomo, Michele Castaldo, anche in appello, per aver strangolato la donna, Olga Matei, bella, bionda, moldava, che frequentava da solo un mese. E che voleva lasciarlo, per le sue insicurezze e la sua paura di essere tradito, come emerso dagli atti dei processi. L’imputato è reo confesso e ha scelto, com’è sua facoltà, il rito abbreviato, che prevede lo sconto di un terzo della pena. Per questo in primo grado è stato condannato a 30 anni, invece dell’ergastolo,  per omicidio aggravato dai futili motivi. In secondo grado, i giudici confermano la condanna e le aggravanti dei futili motivi, ma riconoscono all’uomo anche le attenuanti generiche equivalenti. Perché ha confessato, perché incensurato, perché desidera risarcire. E perché gli psichiatri, nella perizia, scrivono che ha “agito in una tempesta emotiva”. Citano le sue “storie sfortunate” e in sostanza tracciano un quadro che non è né di infermità mentale, né di lucidità. Alla luce delle attenuanti (con le riduzioni previste), i calcoli previsti dalla legge e dal rito fanno sì che la pena scenda a 24 anni e poi a 16. (Pochi per un omicidio? Io penso proprio di sì, ma questo è un discorso che ha a che fare con la legge, come si chiede anche il legale dell’imputato. Una donna. E non il caso scoppiato intorno a questa sentenza).

Quando infatti le agenzie di stampa  hanno dato sabato 2 marzo la notizia, hanno puntato quasi tutto su questo passaggio della #tempestaemotiva. E a quel punto, è stato tutto un crescendo. Tutto un parlare e commentare, in un telefono senza fili che accresce degli aspetti, cancella altri, a volte perde dei pezzi. Ma poco importa, il titolo c’è, colpisce, interroga e soprattutto indigna (reazione sempre più gettonata, perché funziona sui social e provoca clic facili). L’ hastag diventa trend topic su twitter. Fino ad arrivare ai commenti e alle interviste sul ritorno al delitto d’onore, in vigore ahimé in Italia fino al 1981. La notizia a quel punto è diventata che se si uccide per gelosia, le pene vengono dimezzate. Quindi una giustificazione dell’omicidio. E in tanti non hanno lasciato alla verità- con la sua complessità – la possibilità di rovinare una bella (bruttissima) storia, come recita un vecchio adagio della stampa.

Ecco, trovo che questo non faccia bene né al giornalismo, né alla Giustizia, né tanto meno alla difesa delle donne.  Le ragioni del dimezzamento delle pene per quell’uomo sono molteplici. Si può discutere del fatto che altri giudici non avevano ritenuto di concedergli le attenuanti; di una perizia che non concede l’infermità mentale, ma lascia dei varchi. Si può discutere dello sconto previsto dal rito abbreviato e dell’opportunità o meno di concederlo per gli autori di alcuni reati, come l’omicidio; delle agevolazioni per chi confessa, ma la legge- finché è in vigore- va applicata e rispettata. Sempre. Poi si può discutere e lottare, per farla cambiare. Ma questo avviene in altre sedi.

Il caso solleva poi altri tipi di riflessioni: ancora una volta sull’ informazione e poi sui diritti delle donne. Che evidentemente continuano ad essere un nervo scoperto, se intorno a questi temi c’è – giustamente- un’ iper sensibilità. Ma proprio per questo, allora trovo necessario portare l’attenzione fino in fondo al cuore della questione: dentro gli effettivi meccanismi della Giustizia (anche eventualmente sbagliati e molto poco noti ai più), più complessi di un titolo d’agenzia. Che fa partire una valanga di commenti. Le conquiste delle donne sono troppo recenti e raggiunte con troppo dolore e vittime, per non essere difese ancora, mai date per scontate. Caso mai, per acquisite, sì. Ma vanno protette nel modo più efficace possibile, contro le effettive insidie. E comunque rappresentando sempre il quadro-  complesso, articolato e a volte poco attrattivo – della realtà. E quindi leggendo tutte le parti di una sentenza, procurandosi gli atti, avendo tempo e pazienza per leggerli e commentarli con gli esperti (che direbbero ad esempio, come fa un avvocato sui social, che per un reo confesso 16 anni non sono una pena bassa con rito abbreviato. Solo per fare un paragone, a 16 anni è stata condannata anche Annamaria Franzoni per l’omicidio del figlio di 3 anni, Samuele: delitto in rito ordinario, per il quale si è sempre professata innocente).

L’ultimo aspetto – di cui già tra l’altro avevo scritto qui su Storiacce blog – la capacità e disponiblità della Giustizia di comunicare e farsi conoscere. E comprendere nei suoi meccanismi. E lasciarsi eventualmente criticare (anche le sentenze, si possono e devono criticare, ma sulla base di tutte le informazioni). Un tema su cui ora sempre più magistrati si stanno interrogando e confrontando. I magistrati parlano solo attraverso i loro atti o in qualche modo è giusto/opportuno spiegare in via ufficiale le proprie decisioni? “Nessuno pensa che le decisioni della Corte Costituzionale siano sminuite dalla diffusione, dopo una sentenza, di un comunicato diretto alla stampa e quindi all’opinione pubblica col senso della sentenza”, riflette una giovane toga. E’ uno dei giovani magistrati, che ho contattato per un servizio che mi è stato chiesto per il numero, appena pubblicato, del trimestrale “Questione Giustizia” dedicato proprio al “Dovere della comunicazione”. Insieme a quello di importanti magistrati, autorevoli avvocati/professori, esperti di diritto e celebri colleghi, c’è anche un mio contributo, centrato proprio sulla spinta che arriva dai più giovani, perché la Giustizia “esca dalla sua torre d’avorio”, l’espressione ripetuta più volte; perché si faccia conoscere e comprendere, perché è anche dalla mancanza di conoscenza delle sue regole che discende- tra l’altro – il progressivo calo di fiducia verso un’Istituzione fondamentale, certificato da sondaggi della Scuola superiore della Magistratura, come dai principali studiosi degli umori della società.

E allora, proprio su questi temi, così importanti, delicati, sofferti – come la difesa dei diritti delle donne – mi farebbe piacere ci fosse un confronto ampio, pubblico, che chiami in causa tutte le sfaccettature della questione. Coinvolgendo operatori del diritto, giornaliste sensibili al tema, sociologi. Che dite?

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