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Tempesta emotiva, il giudice: “nessun ritorno al delitto d’onore. Discutiamo sull’abbreviato”

«Nessun ritorno al delitto d’onore. La gelosia è stata un’aggravante». Dopo due giorni di indignazione collettiva e dibattito mediatico, intorno alla sentenza sulla “tempesta emotiva” e allo sconto di pena – da 30 anni a 16 – per un imputato, Michele Castaldo, condannato per aver strangolato Olga Matei, la donna che stava frequentando – il Presidente della Corte d’Appello di Bologna decide di intervenire. Prima con un breve comunicato, poi con un’intervista a Radio24. «La prima intervista che rilascio da quando guido il distretto di Bologna, proprio perché reputo importante chiarire i punti. Poi si può ovviamente dissentire ed infatti la Procura Generale ha annunciato ricorso, ma è necessario che chi valuta la sentenza abbia tutti i dati».

Presidente, la “tempesta emotiva” in cui si trovava l’imputato per la gelosia verso la donna che stava frequentando da un mese ha portato allo sconto di pena?

No, la gelosia è stato il movente, in base al quale è stata riconosciuta l’aggravante dei motivi abbietti e futili. E’ stata l’aggravante, non l’attenuante.

Nella sentenza, si citano però anche le perizie degli psichiatri anche con la “soverchiante tempesta emotiva” dell’imputato. Com’è stata valutata?

La tempesta emotiva rientrava in quegli stati emotivi e passionali, che non escludono la punibilità. Che non rendono il fatto non suscettibile di punizione, ma – valutate le circostanze all’interno delle quali si è verificata – consente la possibilità di concedere le attenuanti. C’è giurisprudenza consolidata della Cassazione, citata dalla sentenza.

In primo grado, non erano state concesse le attenuanti. In appello sì. Sulla base di quali elementi?

La confessione, che ha consentito di contestare l’aggravante, perché se lui non avesse ammesso la gelosia, immotivata tra l’altro come ha raccontato, questa non era emersa ed è il movente invece per l’aggravante dei futili motivi. Poi il dolo attenuato, per le esperienze di vita precedenti (aveva avuto due ricoveri psichiatrici) e poi aveva iniziato a ravvedersi, contribuendo economicamente alla figlia della vittima.

In questa sentenza, c’è chi ha letto il rischio di un ritorno al passato, al delitto d’onore.

Assolutamente no. La motivazione qui è squisitamente tecnica, sul fatto che il dolo in queste condizione ha una minore intensità rispetto ad altri casi specifici. L’opinione pubblica è importante, ma per un giudice può essere fuorviante. Soprattutto quando c’è una giuria popolare. Dobbiamo giudicare secondo coscienza e diritto e non possiamo essere compulsati dall’ opinione pubblica del momento. Il diritto deve essere applicato in maniera più libera possibile. In questi ultimi tempi alcuni casi di riduzione di pena hanno portato a reazioni scomposte e questo può avere avvalorato la sottolineatura mediatica di questo evento.

Che riflessioni ha formulato di fronte al dibattito sul delitto d’onore?

Spesso ho l’impressione che certi giudizi vengono assunti senza aver letto le sentenze. Credo sia giustificabile all’inizio, perché la notizia va data in tempi brevi, ma è importante che dopo sia concesso a tutti la possibilità di leggere e valutare sulla base di tutti gli elementi. E poi eventualmente criticare, tanto è vero che la Procura generale ha preannunciato ricorso.

Certo colpisce- ed è stato uno dei punti del dibattito – che un reo confesso per omicidio, potenzialmente condannabile all’ergastolo con rito ordinario – abbia avuto in appello una pena di 16 anni, in rito abbreviato, dai 30 del primo grado.

E’ un argomento molto complicato. In tutte le relazioni per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, ho sempre constatato che i riti alternativi sono sotto utilizzati, per varie ragioni. Ma è sintomatico che l’abbreviato sia usato soprattutto per i casi di omicidio, con prove schiaccianti, perché garantisce una forte riduzione di pena. Eliminare l’abbreviato comporterebbe, però, un aggravio ulteriore per la Giustizia. E una giustizia più lenta è meno giusta.

Sarebbe opportuno un dibattito sull’accesso ai riti alternativi, per questo tipo di reati?

Una discussione tecnica è sempre utile, ma non sulla base dell’emotività. Il giudice deve essere libero di decidere secondo coscienza e diritto. Il prossimo appello che coinvolgesse situazioni di questo genere potrebbe risentire di questo dibattito acceso. E questo non fa bene a nessuno.

 

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